Pensieri impuri

Fiori petalosi e notizie internettose

Da ieri un nuovo spettro linguistico si aggira tra le aule dell’italiano: petaloso. Dalle Alpi ai Monti Erei non si è fatto altro che cinguettare e scrivere sul neologismo partorito da un bambino e svezzato da una rampante maestrina di scuola elementare, con ciuffo viola e piglio borioso, già autrice di altre “rivoluzioni” mediatiche. Poi, sdilinquito, ci si è messo anche il presidente del consiglio Renzi affermando che « Quella parola è stata anche rilanciata dai social ed ora è entrata nell’uso della lingua italiana. Ecco, così, direi che anche questo progetto potrebbe essere definito “petaloso”»

A quel punto non c’ho visto più. Petaloso è un termine che dovrebbe entrare nella lingua italiana? Va bene che la maestra abbia voluto scrivere all’Accademia della Crusca, e va anche bene che loro le abbiano risposto, in modo un po’ educato e ponderato, come solo La Crusca sa fare, che se la parola dovesse entrare nell’uso comune allora diventerebbe una parola dell’italiano, ma da lì a dire che è una parola da utilizzare ce ne corre di acqua sotto i ponti. Di parole entrate a forza nell’italiano, negli ultimi anni, ce ne sono state anche troppe, da performante a fidelizzare, da contenutistico e tempistica, e tutta un’altra schiera di “parolistica” (anziché parolario) edotta dalla pigrizia mentale dei finti eruditi che vogliono abbellire i propri vaniloqui. Adesso ci mancavano i conii dei bambini, che come si sa sono soliti ai neologismi.

La maestra in questo caso avrebbe fatto bene, se fosse stata un po’ più preparata, a fornire un’alternativa valida e spiegare al bambino che un fiore con molti petali si dice “rigoglioso”, esattamente come si direbbe di una foresta con molti alberi, che certamente non è “alberosa”, né una libreria con molti libri è “librosa” (anziché carica, zeppa, colma, straripante, traboccante di libri). Lei invece è andata a fomentare questo infantilismo linguistico, per cui i bambini puffano sempre nuove parole puffose, e le caramelle diventano “morbidose” o i cioccolatini “cioccolatosi”. Se queste parole dovessero entrare nell’italiano corrente i bambini probabilmente ne troverebbero e sperimenterebbero altre, senza la necessità che tutta la società precipiti in una collettiva sindrome di Peter Pan e si cominci a parlare in questo maniera.

La stessa Accademia della Crusca avrebbe fatto meglio a ragguagliare la maestrina, stroncando l’iniziativa di questa fanatica in cerca di notorietà, che offusca così il lavoro minuzioso di migliaia di insegnanti che tutti i giorni cercano di istruire su un italiano corretto le proprie classi, disincentivando il neologismo per pigrizia (o peggio: ignoranza).

Petaloso inoltre è anche pleonastico, dal momento che un fiore è per definizione con una corolla di petali, e piuttosto vengono diversificati quelli senza come apetali. Secondo questa logica presto le strade si potrebbero dire “automobilose” anziché trafficate, le foreste “legnose”, le scuole “alunnose”, gli autobus “passeggerosi” e i giornali “notiziosi”.

Il neologismo ha senso laddove c’è mancanza di un contenitore espressivo adeguato, altrimenti si riduce ad una semplice banalizzazione della lingua, caratteristica di una cultura non più avvezza alla lettura (nella maggior parte delle case di italiani altroché librerie “librose”) e di una società, in questo caso, famelica di novità e incline al plauso non appena possibile, come l’italico senso dell’orgoglio suggerisce di fare (specialmente in tempi di crisi).

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Ma non ci sei su Faccebocche?

Al supermercato due ragazze discutono davanti allo scaffale dei concentrati. “Ma ti rendi conto?! Gli ho chiesto se ha facebook e mi ha detto di no!” squilla la prima, “Chiaramente non ha voluto dartelo!” avanza la seconda. Vabbe’, magari non ce l’ha, no? Ma a nessuna delle due viene in mente ed io mi allontano prima che mi travolga la loro psicosi da controllo. Sul Playstation Network incontro una tipa brava a Tekken, facciamo a botte come le puttane del Bronx e dopo una sufficiente dose di graffi decidiamo di restare in contatto: lo usi Facebook?! Ahimè no. Cala un pietoso velo di sfiducia. Va bene… Per quattro giorni di fila mi fermo in una pizzeria a taglio: supplì alla carbonara, con pomodoro e ‘nduja, con melanzane fritte, arancini con ragù, piselli e mozzarella. La fine del mondo, mi sento un po’ come Kaguya di fronte al suo Esercito del Piacere; la tipa che lavora al banco mi informa che apriranno anche vicino a casa mia, mi lascia il contatto, “fammi mi piace su Facebook! Ok?! Così restiamo in contatto!” Beh sì… Uhm, dico o non lo dico che non uso Facebook? Nel dubbio amletico sottaccio sull’argomento e mento che farò così! Mai fatto. E come potrei? Faccebocche non lo ho. Per strada incontro una tizia che una volta mi aveva chiesto Facebook, non mi guarda neanche. Alla pompa di benzina vicino a casa il ragazzo chiede se gli fo “mi piace” su effebi… Eh non ce l’ho! “Ah ho capito!” ammicca lui, manco gli avessi detto “non voglio scopare con te!”.

Vado in accademia, gira una circolare per gli insegnanti se possono fare un sacco di “mi piace” su effebi e rendere popolari i corsi della nuova stagione. Per fortuna non ce l’ho, sapete deformazione professionale, paranoia da controllo! I ragazzi in portineria scuotono la testa comprensivi, come chi pensa di aver capito tutto e dice di “non avercela con i negri, ma con i froci” ad un nero gay.

In realtà tutti quanti pensano che ce l’abbia, ma sotto un nome fasullissimo, per spiare gli altri, perché è inconcepibile che così non sia. L’amico a cui piace una tua amica, si va a vedere tutte le sue foto su effebi prima di chiederle di uscire, così deve anche notare che era grassa come una crisalide tre anni fa ed oggi è magra come una farfalla. Quello che si è lasciato con la ragazza, non blocca la migliore amica di lei, nella speranza che lei riferisca di come va la sua vita. L’amica giocopatica passa i giorni a dirti di iscrivertici, perché deve condividere con te l’ultimo gioco sul Maniero Infestato al quale non puoi non partecipare. E poi hai visto quell’amico bonazzo delle superiori? Ora è un cesso calvo ed inguardabile! Quell’altra invece, perfettina era e perfettina è rimasta, oggi fa la missionaria in Congo tipo le suore nel medioevo! Valla a vedere!

E poi perché non ce l’hai?! Fattelo anche tu, per restare in contatto con gli amici, perché non ci sono alternative! E’ molto comodo per comunicare e per pubblicare le ultime foto della mia costosissima vacanza in Messico! Dai, fatti Faccebocche così possiamo seguire insieme alcune spettacolari pagine-da-cesso che ridi e leggi mentre fai la cacca! Dai, iscriviti su Facebook anche se sto pensando di disiscrivermi un giorno, perché non ne posso più. Unisciti a questa grande famiglia, anche se sai che ho bloccato quasi tutti i nostri amici perché non sopporto le loro notifiche! Vieni a pubblicare anche tu i tuoi stati d’animo e così puoi partecipare alla cena delle medie, o farti aggiungere tra gli amici da uno che a scuola ti tirava i muffin in testa perché gli piacevi ma non sapeva come dirlo — peccato fosse un po’ cesso. Dai…

Ma anche no. No, no e no.

Grazie mille. Non mi interessa. Non ho Facebook senza alcun motivo in particolare. Semplicemente non mi va. Non ho l’ambizione di andare a mangiare un gelato e doverlo comunicare a tutti, o di dover fare un dettagliato rapporto sulle mie vacanze ed i miei stati umorali.

E soprattutto e non mi va di vederlo fare agli altri, e pensare che sotto sotto sono un po’ cretini.

Stupro col turbo

Sapevate che la moglie di Draco Malfoy si chiamava Astoria “Verderba” Greengrass? Sapevate che quando Draco porse la mano ad Harry, il primo anno di scuola, lo fece perché tutti credevano, almeno nel ristretto circolo della sua famiglia, che egli fosse il futuro Oscuro Signore, ancora più potente di Voldemort e che questi lo aveva cercato di uccidere proprio per tale motivo? Sapevate che i genitori di Draco non sono molto contenti della nuova nuora, che è fin troppo indulgente verso i Babbani e non sta insegnando a Scorpius ad odiarli e disprezzarli?

Io non lo sapevo, né ci tenevo a scoprirlo, finché non ho letto accidentalmente un articolo che preannunciava un nuovo spettacolo teatrale in due sontuose parti, dedicato ad Harry Potter. Di lì è cominciato un viaggio, che aveva quasi dell’assurdo, nel mondo di Pottermore dove ho scoperto queste ed altre delizie.

Personalmente trovo disdicevole questa incapacità degli autori a farla finita con stile e anche una cosa ingiusta rispetto ai lettori o spettatori, a cui sostanzialmente viene tolta ogni possibilità di immaginazione. Questo discorso vale a maggior ragione quando un’opera, che ci piaccia o meno, ha fatto la storia del cinema o della letteratura ed è diventata in qualche modo parte del bagaglio culturale comune di uno o più generazioni.

Dopo i sette libri ufficiali la Rowling produsse due libricini apparentemente insignificanti e con scopo di beneficenza, parlo delle Creature Magiche e delle Fiabe di Beda il Bardo. Due piccole chicche che in fin dei conti ci potevano stare, essendo così marginali e secondarie. Poi si è dedicata alla scrittura di altri due libri, completamente fuori dal tema di Harry Potter, di cui posso dire di aver apprezzato molto il Seggio Vacante. Certo, se non ci fosse stato il suo nome sopra, probabilmente non mi avrebbe lasciato granché, ma fatto sta che è una riprova di come un’autrice del suo calibro, che ha raggiunto soprattutto il suo successo e i suoi visibilioni, può scrivere quello che le pare e la gente se lo leggerà comunque!

Perché allora non approfittarne e trattare altri e nuovi temi? C’è veramente bisogno di farci sapere che un trisavolo dei Potter era un pentolaio che viveva in mezzo ai Babbani? Cosa aggiunge alla storia in se questa informazione? Molti diranno: è una curiosità extra, che male fa? Il male invece è enorme, perché toglie spazio all’immaginazione del lettore, privandolo così anche di quel unico ed irresistibile sentimento di intimità, che rende familiare e cara una qualsiasi narrazione.

Io per esempio non pensavo che Draco avesse offerto la mano a Harry perché lo reputava un futuro Oscuro Signore, ma solo perché era famoso ed egli stesso si sentiva altrettanto importante e conosciuto da poterlo trattare come un suo pari, arrivando ad offrirgli la sua amicizia, mentre gli altri lo idolatravano. Per me questo era il personaggio di Draco, e non quello che aveva sentito da mamma e papà che quel bambino era un Voldemort 2.0.

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Ma la Rowling non è l’unica ad aver buttato la propria opera su un flipper.

Vogliamo parlare di Naruto? Anche lì Masashi Kishimoto ha dimostrato di non sapere quand’era il momento di fermarsi ed è arrivato a raccontarci TUTTO quello che poteva essere raccontato, tanto che praticamente siamo arrivati a conoscere i ninja dalla prima all’ultimissima generazione. Ce n’era bisogno? Doveva sapere esattamente chi era la madre ed il fratello ed i figli del Saggio delle Sei Vie? Dovevamo conoscere nei più minuziosi dettagli il passato di Hashirama e Madara? Ce ne fregava qualcosa? Tutte queste aggiunte, oltre a finire paradossalmente in contraddizione tra loro, non hanno fatto altro che erodere spazio all’immaginario dei lettori, che non hanno potuto aggiungere nient’altro di propria fantasia, semplicemente perché non c’era più posto.

Ma andiamo avanti! Vi ricordate The Slayers? Qualche anno fa, e anni dopo la prima serie degli anni ’90, Hajime Kanzaka decise di partorire una quarta stagione, Slayers Revolution, divisa in due parti, ma sempre di 26 episodi (praticamente due stagioni) stuprando ogni singola idea che si era vista fino ad allora: tant’è che ritornano Phibrizzo e Rezo, nemici rispettivamente della prima e della seconda serie, risorge per l’ennesima volta Shabranigdu, ritorna l’armatura Zanaffa, entrano in scena perfino Naga e Xelloss, senza alcun motivo apparente.

Il ritorno di Shabranigdu, il Grande Demone, rappresentava perfettamente la stupidità di queste riproposizioni: nella prima serie, una volta sconfitto, Shabranigdu si congratula con Rina e con i suoi amici dicendo qualcosa tipo “sei stata brava, avete combattuto con coraggio e alla fine avete sconfitto il grande demone Shabranigdu, questa volta ti lascerò vincere, mi dispiace soltanto che la prossima volta che mi risveglierò probabilmente tu sarai morta da tempo, perché gli esseri umani non possono vivere così a lungo”. Il senso dietro questo discorso andava ben oltre qualunque narrazione fino ad allora concepita: la protagonista aveva sconfitto il supremo demone non tanto per le sue superiori capacità magiche, stile Dragon Ball, ma perché in sostanza era riuscita ad impressionarlo abbastanza da convincerlo a ritirarsi, tanto egli sarebbe ritornano comunque prima o poi e per un essere immortale tornare adesso o tra mille anni non fa alcuna differenza.

Facendo ritornare Shabranigdu in una quarta serie questo concetto semplicemente viene rovinato.

Ancora leggendo tu stai, saggio questo non è

Ancora leggendo tu stai, saggio questo non è

Un’altra serie che soffre del medesimo problema è Guerre Stellari. La nuova saga non ha proposta nulla di nuovo rispetto a quella vecchia, ed anzi ha cercato di ricalcare pedissequamente ogni singolo momento memorabile fino ad una vera e propria violenza mentale. Guardando i nuovi tre film si sente distintamente il dito medio di Lucas che sfonda lo sfintere anale e ruota e scava, fino a farvi sentire che lui è dentro. Prendete per esempio la spada laser: un’arma che sembrava i jedi si costruissero da se in una sorta di rito iniziatico, che dopo si scopre può avere e maneggiare chiunque, come ad esempio un robot oppure dei bambini che ne hanno delle versioni miniaturizzate. Oppure l’abbigliamento dei jedi che è diventato quello dei contadini di Tatooine. Ma davvero? Così si vestivano TUTTI i jedi ovunque nella galassia? E che dire della stessa Tatooine che da “luogo più lontano da un centro luminoso della galassia”, ovviamente un modo metaforico col quale potreste descrivere anche un quartiere di Roma, diventa veramente un pianeta ai limiti estremi della galassia! Maddai… Ma siamo seri… E non arriviamo a parlare di Yoda che combatte. Se vi è piaciuto vedere Yoda combattere, allora vuol dire che non avete capito nulla del senso dei primi film. Aver proclamato Yoda, ne L’impero colpisce ancora, come il più grande maestro jedi, era un modo per rovesciare l’archetipo del guerriero stile Ercole, con grande forza e prestanza fisica, volendo mettere invece in evidenza il fatto come la Forza avesse un potere che trascendeva il piano materiale. Questo era qualcosa che rendeva Yoda a suo modo magico e che viene deturpato nel momento in cui impugna una spada e saltella come una cavalletta nello scontro con Dooku. E infine, ultimo ma non meno importante, Palpatine che ancora una volta combatte con la spada laser! Davvero? Ma non era il primo a disprezzarla e chiamarla “arma jedi” quasi gli venisse da sputarci sopra? E la lista potrebbe proseguire per così a lungo e così tanto tempo che ogni singolo minuto della nuova trilogia risulterà semplicemente sbagliato.

Ma con Guerre Stellari la violenza continua, da qui fino ad almeno il 2025, fin quando avremo ogni anno o un film o una serie spin-off dedicata alla saga, rigorosamente targata Disney.

Ad essere violentata, dal suo stesso autore, è anche la saga di Alien, o forse dovremmo dire il film di Alien, della cui vasta produzione cinematografica l’unica altra versione di nota è il secondo di Cameron. In questo caso è lo stesso Ridley Scott a proporci Prometheus, di cui a breve vedremo altri 3 seguiti, in cui ci saranno svelati segreti incalcolabili tipo: gli ingegneri hanno creato noi? Gli ingegneri hanno un Dio? Dove è il Paradiso? E altre amenità simili. Nuovamente: ne avevamo bisogno? Quando guardavate Alien vi è mai venuto in mente che quella gigantesca figura, seduta nell’astronave-brioche, potesse essere uno della stirpe che ha creato proprio gli esseri umani?! Ma che ci vieni a raccontare Scott? In tutto l’universo ci saremmo noi e loro e forse un’altra misteriosa divinità?!

Prometheus si trasforma così nell’altro scellerato caso in cui l’autore cercando di approfondire certi argomenti, che non necessitavano di alcun approfondimento, non fa altro che restringere il suo universo, fino a farlo sembrare piccolo ed affollato come il centro di Manhattan.

Guarda, una divinità fossilizzata

Guarda, una divinità fossilizzata

Per restare in tema fantascientifico quest’anno è ripartita anche la violenza su Terminator, che si era concluso squisitamente col secondo episodio firmato da Cameron. Tutto quello che è seguito semplicemente non aveva senso e anzi dava l’impressione di essere stato prodotto da degli appassionati che hanno colto quei due o tre argomenti che sono piaciuti e li hanno reiterati fino alla noia: alcuni esempi? Vi è piaciuto il Terminator 600 e il T-1000? Facciamone un’unione popputa! Che senso ha fare un robot di aspetto femminile? Le tette in fin dei conti sono un ingombro e se il robot è pure di metallo liquido perché mai dovrebbe averle?! Vi sono piaciuti gli spezzoni con Connor dopo l’apocalisse nucleare? Facciamo un’intero film ambientato nel deserto post-atomico stile Ken il Guerriero.  Vi piace Skynet come nemico? Allora facciamo che è un supercomputer che sta dentro internet.

Ma in tutto ciò ci siamo dimenticati completamente di ogni singolo messaggio lanciato dal film originale: vi ricordate che Skynet era un computer a bordo di un bombardiere strategico che lanciò un attacco nucleare sulla Russia sapendo che il loro contrattacco avrebbe distrutto l’umanità? Il senso era che erano stati gli stessi esseri umani a causare la propria rovina. In tutti i seguiti sono semplicemente le macchine che prendono inaspettatamente il controllo del mondo.

E qui mi fermo, anche se la lista potrebbe continuare ancora con titoli come Indiana Jones, Lo Hobbit oppure i nuovi Ghostbusters in versione femminile.

Quello che voglio dimostrare, con tutti questi esempi, è come il tirare troppo la corda rovini la magia e il mistero di un’opera. Quando non rimane più spazio per l’immaginazione, per poter credere che certe cose siano avvenute così perché noi le abbiamo interpretate in un determinato modo, allora l’opera comincia a perdere il suo fascino e diventa un mero prodotto commerciale. Quando i cosiddetti appassionati sembrano metterci mano, per mezzo di autori accondiscendenti, che riempiono la narrazione di elementi che una volta erano secondari e di contorno e che ad un tratto si rivelano cruciali, allora tutto comincia semplicemente a far schifo.

Al mondo ci sono due tipi di persone: quelle che capiscono questo discorso ed i “fan”.

Il tipico “fan” è quello che vorrebbe ancora più spade laser, ancora più avada kedavra, ancora più “ingegneri” che vengono sulla Terra, ancora più esplosioni, ancora più combattimenti, ancora più epicità, ancora più di quella singola cosa che gli è piaciuta finché l’opera non ne sarà così onusta da essere identificabile con quel unico elemento.

E questo fa schifo.