Fiori petalosi e notizie internettose

Da ieri un nuovo spettro linguistico si aggira tra le aule dell’italiano: petaloso. Dalle Alpi ai Monti Erei non si è fatto altro che cinguettare e scrivere sul neologismo partorito da un bambino e svezzato da una rampante maestrina di scuola elementare, con ciuffo viola e piglio borioso, già autrice di altre “rivoluzioni” mediatiche. Poi, sdilinquito, ci si è messo anche il presidente del consiglio Renzi affermando che « Quella parola è stata anche rilanciata dai social ed ora è entrata nell’uso della lingua italiana. Ecco, così, direi che anche questo progetto potrebbe essere definito “petaloso”»

A quel punto non c’ho visto più. Petaloso è un termine che dovrebbe entrare nella lingua italiana? Va bene che la maestra abbia voluto scrivere all’Accademia della Crusca, e va anche bene che loro le abbiano risposto, in modo un po’ educato e ponderato, come solo La Crusca sa fare, che se la parola dovesse entrare nell’uso comune allora diventerebbe una parola dell’italiano, ma da lì a dire che è una parola da utilizzare ce ne corre di acqua sotto i ponti. Di parole entrate a forza nell’italiano, negli ultimi anni, ce ne sono state anche troppe, da performante a fidelizzare, da contenutistico e tempistica, e tutta un’altra schiera di “parolistica” (anziché parolario) edotta dalla pigrizia mentale dei finti eruditi che vogliono abbellire i propri vaniloqui. Adesso ci mancavano i conii dei bambini, che come si sa sono soliti ai neologismi.

La maestra in questo caso avrebbe fatto bene, se fosse stata un po’ più preparata, a fornire un’alternativa valida e spiegare al bambino che un fiore con molti petali si dice “rigoglioso”, esattamente come si direbbe di una foresta con molti alberi, che certamente non è “alberosa”, né una libreria con molti libri è “librosa” (anziché carica, zeppa, colma, straripante, traboccante di libri). Lei invece è andata a fomentare questo infantilismo linguistico, per cui i bambini puffano sempre nuove parole puffose, e le caramelle diventano “morbidose” o i cioccolatini “cioccolatosi”. Se queste parole dovessero entrare nell’italiano corrente i bambini probabilmente ne troverebbero e sperimenterebbero altre, senza la necessità che tutta la società precipiti in una collettiva sindrome di Peter Pan e si cominci a parlare in questo maniera.

La stessa Accademia della Crusca avrebbe fatto meglio a ragguagliare la maestrina, stroncando l’iniziativa di questa fanatica in cerca di notorietà, che offusca così il lavoro minuzioso di migliaia di insegnanti che tutti i giorni cercano di istruire su un italiano corretto le proprie classi, disincentivando il neologismo per pigrizia (o peggio: ignoranza).

Petaloso inoltre è anche pleonastico, dal momento che un fiore è per definizione con una corolla di petali, e piuttosto vengono diversificati quelli senza come apetali. Secondo questa logica presto le strade si potrebbero dire “automobilose” anziché trafficate, le foreste “legnose”, le scuole “alunnose”, gli autobus “passeggerosi” e i giornali “notiziosi”.

Il neologismo ha senso laddove c’è mancanza di un contenitore espressivo adeguato, altrimenti si riduce ad una semplice banalizzazione della lingua, caratteristica di una cultura non più avvezza alla lettura (nella maggior parte delle case di italiani altroché librerie “librose”) e di una società, in questo caso, famelica di novità e incline al plauso non appena possibile, come l’italico senso dell’orgoglio suggerisce di fare (specialmente in tempi di crisi).

Lui è tornato

Berlino, 2011. Hitler si sveglia ad un tratto nel fango di un giardino pubblico e comincia ad aggirarsi per la città, tra ignari e talvolta sorpresi passanti, iniziando a domandarsi cosa gli sia successo, ma soprattutto cosa sia accaduto alla sua amata Germania. I muri sono cosparsi di strana propaganda colorata in caratteri incomprensibili, si aggirano persone dalla dubbia origine ariana, alcuni meticci gestiscono piccole imprese, i giovani tedeschi muoiono a frotte per le strade distratti da quegli infernali telefonini, che andrebbero loro proibiti, ed anzi andrebbero incentivati presso gli ebrei e gli altri non-ariani, per farli estinguere.

Poco a poco Hitler, comincia a conoscere persone, fa domande, finisce per fare un programma in televisione perché tutti lo credono un comico, ottiene sempre più successo. I suoi collaboratori ne sono entusiasti, la gente è perplessa, ma il sostegno cresce…

Questo è il libro Lui è tornato di Timur Vermes, di cui l’8 ottobre scorso è uscito anche il film nelle sale tedesche, alla regia David Wnendt.

La peculiarità della pellicola è che, un po’ imitando le idee del libro, molte delle interviste e degli incontri dell’attore-Hitler sono reali, con persone in carne ed ossa, che purtroppo molto spesso agiscono e parlano senza pudore di fronte alla telecamera, sostenendo il nazismo, o per lo meno le sue scellerate idee.

Speriamo che il film arrivi presto anche in Italia, dove — citando l’intervista con il regista — è meglio non chiedersi che cosa farebbe la gente, nel rivedere un tragicomico duce redivivo.

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Ma non ci sei su Faccebocche?

Al supermercato due ragazze discutono davanti allo scaffale dei concentrati. “Ma ti rendi conto?! Gli ho chiesto se ha facebook e mi ha detto di no!” squilla la prima, “Chiaramente non ha voluto dartelo!” avanza la seconda. Vabbe’, magari non ce l’ha, no? Ma a nessuna delle due viene in mente ed io mi allontano prima che mi travolga la loro psicosi da controllo. Sul Playstation Network incontro una tipa brava a Tekken, facciamo a botte come le puttane del Bronx e dopo una sufficiente dose di graffi decidiamo di restare in contatto: lo usi Facebook?! Ahimè no. Cala un pietoso velo di sfiducia. Va bene… Per quattro giorni di fila mi fermo in una pizzeria a taglio: supplì alla carbonara, con pomodoro e ‘nduja, con melanzane fritte, arancini con ragù, piselli e mozzarella. La fine del mondo, mi sento un po’ come Kaguya di fronte al suo Esercito del Piacere; la tipa che lavora al banco mi informa che apriranno anche vicino a casa mia, mi lascia il contatto, “fammi mi piace su Facebook! Ok?! Così restiamo in contatto!” Beh sì… Uhm, dico o non lo dico che non uso Facebook? Nel dubbio amletico sottaccio sull’argomento e mento che farò così! Mai fatto. E come potrei? Faccebocche non lo ho. Per strada incontro una tizia che una volta mi aveva chiesto Facebook, non mi guarda neanche. Alla pompa di benzina vicino a casa il ragazzo chiede se gli fo “mi piace” su effebi… Eh non ce l’ho! “Ah ho capito!” ammicca lui, manco gli avessi detto “non voglio scopare con te!”.

Vado in accademia, gira una circolare per gli insegnanti se possono fare un sacco di “mi piace” su effebi e rendere popolari i corsi della nuova stagione. Per fortuna non ce l’ho, sapete deformazione professionale, paranoia da controllo! I ragazzi in portineria scuotono la testa comprensivi, come chi pensa di aver capito tutto e dice di “non avercela con i negri, ma con i froci” ad un nero gay.

In realtà tutti quanti pensano che ce l’abbia, ma sotto un nome fasullissimo, per spiare gli altri, perché è inconcepibile che così non sia. L’amico a cui piace una tua amica, si va a vedere tutte le sue foto su effebi prima di chiederle di uscire, così deve anche notare che era grassa come una crisalide tre anni fa ed oggi è magra come una farfalla. Quello che si è lasciato con la ragazza, non blocca la migliore amica di lei, nella speranza che lei riferisca di come va la sua vita. L’amica giocopatica passa i giorni a dirti di iscrivertici, perché deve condividere con te l’ultimo gioco sul Maniero Infestato al quale non puoi non partecipare. E poi hai visto quell’amico bonazzo delle superiori? Ora è un cesso calvo ed inguardabile! Quell’altra invece, perfettina era e perfettina è rimasta, oggi fa la missionaria in Congo tipo le suore nel medioevo! Valla a vedere!

E poi perché non ce l’hai?! Fattelo anche tu, per restare in contatto con gli amici, perché non ci sono alternative! E’ molto comodo per comunicare e per pubblicare le ultime foto della mia costosissima vacanza in Messico! Dai, fatti Faccebocche così possiamo seguire insieme alcune spettacolari pagine-da-cesso che ridi e leggi mentre fai la cacca! Dai, iscriviti su Facebook anche se sto pensando di disiscrivermi un giorno, perché non ne posso più. Unisciti a questa grande famiglia, anche se sai che ho bloccato quasi tutti i nostri amici perché non sopporto le loro notifiche! Vieni a pubblicare anche tu i tuoi stati d’animo e così puoi partecipare alla cena delle medie, o farti aggiungere tra gli amici da uno che a scuola ti tirava i muffin in testa perché gli piacevi ma non sapeva come dirlo — peccato fosse un po’ cesso. Dai…

Ma anche no. No, no e no.

Grazie mille. Non mi interessa. Non ho Facebook senza alcun motivo in particolare. Semplicemente non mi va. Non ho l’ambizione di andare a mangiare un gelato e doverlo comunicare a tutti, o di dover fare un dettagliato rapporto sulle mie vacanze ed i miei stati umorali.

E soprattutto e non mi va di vederlo fare agli altri, e pensare che sotto sotto sono un po’ cretini.

Il risveglio di Guerre Stellari

 

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C’è una tizia che si aggira per un astronave, tutta bardata come i beduini. Scende in un ampio spazio, dove trova delle uova che si schiudono. Poi ecco una ragazza che cammina nel deserto, dicendo di essere Nessuno, forse è la tizia bardata di prima! Questa cosa è molto drammatica e ci stiamo già struggendo per lei, specialmente perché i genitori l’hanno chiamata Nessuno, Nessuno Rossi — ed è pure una femmina. Un’astronave decolla molto lentamente da un pianeta di sabbia, come quelle di Prometheus che lasciano Voldemort e dare vita ad un pianeta sterile. Inquadratura retorica sulla ragazza di prima, quella che passeggiava nel deserto delle idee cinematografiche. Tind, tind… Musica retorica tipo gocce di trailer centellinate agli appassionati assetati di novità. Un plotone di soldati dell’Impero sta a sentire un comizio di Casa Pound.

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Da uno stormtrooper bianco esce fuori un nero sudato che dice che lui sapeva fare una cosa che mia nonna al mercato comprò. Si sente già un prepotente ammiccamento di Abrams, convinto di sovvertire le aspettative: una donna è una protagonista ed un tizio di colore fa lo stormtrooper Jedi! Avete visto eh?! Prima tutti a dire che non c’erano abbastanza donne e negri nei film di Guerre Stellari. Adesso stiamo facendo pari: ci saranno anche stupri maschili tra i soldati dell’impero, per includere così anche i froci del cazzo e poi degli eschimesi al mercato del pianeta ghiacciato di Casa Pound, e poi anche degli indiani in quel posto arabeggiante tra le foglie.

Comunque sia torniamo a noi: una navetta spaziale dei grigi precipiti su Tatooine, in una località chiamata Roswell. Il nero di prima, che fa e disfa, cammina nel deserto della ragazza bardata dell’inizio. Non stiamo più nella pelle. Una navetta imperiale vola in prossimità di Omega Vega Comunista Centauri, una stella che spande accecante luce rosso-sovietico ovunque.

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Darth Luke è lì che la guarda, sedotto dal lato oscuro della politica. Dice cose che nessun Darth ha mai detto: nessuno si metterà sulla mia strada! Finirò quello che tu hai cominciato! Poi fa vedere la sua mano con la bocca ad un tizio che urla pietrificato dall’orrore. Darth Luke gli spiega che la usa per appagarsi in modi inediti. Esplosioni! Kaboom! Il Millennium Falcon vola portando in salvo il nero e la ragazza, a capitanarlo c’è Indiana Jones, che ha lasciato Marion all’ospizio. Tutto quello che è successo finora è vero: Jar Jar ahinoi era vero! Non solo un incubo della peperonata di ieri.

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Questo Natale: picchiatori di Casa Pound sotto la pioggia, ribelli sul Lago di Garda, Jedi-neri che entrano nella ribellione-bianca. Pium pium pium pium. Esplosioni nel deserto! Kaboom! Negozi a Marrakech. Darth Luke che tocca Darth C1P8, la ragazza di prima che piange perché è stata nominata per gli Hunger Games, gente che si arrende alla vecchiaia, piloti che sparano. Piu piu piu. Fiuuuuuuu. La ragazza di prima che si arrabbia perché non vuole morire negli Hunger Games. Spada blu contro la spada rossa.

Falla entrare. Cosa? La spada! Dove?! Te lo spiego subito.

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Stupro col turbo

Sapevate che la moglie di Draco Malfoy si chiamava Astoria “Verderba” Greengrass? Sapevate che quando Draco porse la mano ad Harry, il primo anno di scuola, lo fece perché tutti credevano, almeno nel ristretto circolo della sua famiglia, che egli fosse il futuro Oscuro Signore, ancora più potente di Voldemort e che questi lo aveva cercato di uccidere proprio per tale motivo? Sapevate che i genitori di Draco non sono molto contenti della nuova nuora, che è fin troppo indulgente verso i Babbani e non sta insegnando a Scorpius ad odiarli e disprezzarli?

Io non lo sapevo, né ci tenevo a scoprirlo, finché non ho letto accidentalmente un articolo che preannunciava un nuovo spettacolo teatrale in due sontuose parti, dedicato ad Harry Potter. Di lì è cominciato un viaggio, che aveva quasi dell’assurdo, nel mondo di Pottermore dove ho scoperto queste ed altre delizie.

Personalmente trovo disdicevole questa incapacità degli autori a farla finita con stile e anche una cosa ingiusta rispetto ai lettori o spettatori, a cui sostanzialmente viene tolta ogni possibilità di immaginazione. Questo discorso vale a maggior ragione quando un’opera, che ci piaccia o meno, ha fatto la storia del cinema o della letteratura ed è diventata in qualche modo parte del bagaglio culturale comune di uno o più generazioni.

Dopo i sette libri ufficiali la Rowling produsse due libricini apparentemente insignificanti e con scopo di beneficenza, parlo delle Creature Magiche e delle Fiabe di Beda il Bardo. Due piccole chicche che in fin dei conti ci potevano stare, essendo così marginali e secondarie. Poi si è dedicata alla scrittura di altri due libri, completamente fuori dal tema di Harry Potter, di cui posso dire di aver apprezzato molto il Seggio Vacante. Certo, se non ci fosse stato il suo nome sopra, probabilmente non mi avrebbe lasciato granché, ma fatto sta che è una riprova di come un’autrice del suo calibro, che ha raggiunto soprattutto il suo successo e i suoi visibilioni, può scrivere quello che le pare e la gente se lo leggerà comunque!

Perché allora non approfittarne e trattare altri e nuovi temi? C’è veramente bisogno di farci sapere che un trisavolo dei Potter era un pentolaio che viveva in mezzo ai Babbani? Cosa aggiunge alla storia in se questa informazione? Molti diranno: è una curiosità extra, che male fa? Il male invece è enorme, perché toglie spazio all’immaginazione del lettore, privandolo così anche di quel unico ed irresistibile sentimento di intimità, che rende familiare e cara una qualsiasi narrazione.

Io per esempio non pensavo che Draco avesse offerto la mano a Harry perché lo reputava un futuro Oscuro Signore, ma solo perché era famoso ed egli stesso si sentiva altrettanto importante e conosciuto da poterlo trattare come un suo pari, arrivando ad offrirgli la sua amicizia, mentre gli altri lo idolatravano. Per me questo era il personaggio di Draco, e non quello che aveva sentito da mamma e papà che quel bambino era un Voldemort 2.0.

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Ma la Rowling non è l’unica ad aver buttato la propria opera su un flipper.

Vogliamo parlare di Naruto? Anche lì Masashi Kishimoto ha dimostrato di non sapere quand’era il momento di fermarsi ed è arrivato a raccontarci TUTTO quello che poteva essere raccontato, tanto che praticamente siamo arrivati a conoscere i ninja dalla prima all’ultimissima generazione. Ce n’era bisogno? Doveva sapere esattamente chi era la madre ed il fratello ed i figli del Saggio delle Sei Vie? Dovevamo conoscere nei più minuziosi dettagli il passato di Hashirama e Madara? Ce ne fregava qualcosa? Tutte queste aggiunte, oltre a finire paradossalmente in contraddizione tra loro, non hanno fatto altro che erodere spazio all’immaginario dei lettori, che non hanno potuto aggiungere nient’altro di propria fantasia, semplicemente perché non c’era più posto.

Ma andiamo avanti! Vi ricordate The Slayers? Qualche anno fa, e anni dopo la prima serie degli anni ’90, Hajime Kanzaka decise di partorire una quarta stagione, Slayers Revolution, divisa in due parti, ma sempre di 26 episodi (praticamente due stagioni) stuprando ogni singola idea che si era vista fino ad allora: tant’è che ritornano Phibrizzo e Rezo, nemici rispettivamente della prima e della seconda serie, risorge per l’ennesima volta Shabranigdu, ritorna l’armatura Zanaffa, entrano in scena perfino Naga e Xelloss, senza alcun motivo apparente.

Il ritorno di Shabranigdu, il Grande Demone, rappresentava perfettamente la stupidità di queste riproposizioni: nella prima serie, una volta sconfitto, Shabranigdu si congratula con Rina e con i suoi amici dicendo qualcosa tipo “sei stata brava, avete combattuto con coraggio e alla fine avete sconfitto il grande demone Shabranigdu, questa volta ti lascerò vincere, mi dispiace soltanto che la prossima volta che mi risveglierò probabilmente tu sarai morta da tempo, perché gli esseri umani non possono vivere così a lungo”. Il senso dietro questo discorso andava ben oltre qualunque narrazione fino ad allora concepita: la protagonista aveva sconfitto il supremo demone non tanto per le sue superiori capacità magiche, stile Dragon Ball, ma perché in sostanza era riuscita ad impressionarlo abbastanza da convincerlo a ritirarsi, tanto egli sarebbe ritornano comunque prima o poi e per un essere immortale tornare adesso o tra mille anni non fa alcuna differenza.

Facendo ritornare Shabranigdu in una quarta serie questo concetto semplicemente viene rovinato.

Ancora leggendo tu stai, saggio questo non è

Ancora leggendo tu stai, saggio questo non è

Un’altra serie che soffre del medesimo problema è Guerre Stellari. La nuova saga non ha proposta nulla di nuovo rispetto a quella vecchia, ed anzi ha cercato di ricalcare pedissequamente ogni singolo momento memorabile fino ad una vera e propria violenza mentale. Guardando i nuovi tre film si sente distintamente il dito medio di Lucas che sfonda lo sfintere anale e ruota e scava, fino a farvi sentire che lui è dentro. Prendete per esempio la spada laser: un’arma che sembrava i jedi si costruissero da se in una sorta di rito iniziatico, che dopo si scopre può avere e maneggiare chiunque, come ad esempio un robot oppure dei bambini che ne hanno delle versioni miniaturizzate. Oppure l’abbigliamento dei jedi che è diventato quello dei contadini di Tatooine. Ma davvero? Così si vestivano TUTTI i jedi ovunque nella galassia? E che dire della stessa Tatooine che da “luogo più lontano da un centro luminoso della galassia”, ovviamente un modo metaforico col quale potreste descrivere anche un quartiere di Roma, diventa veramente un pianeta ai limiti estremi della galassia! Maddai… Ma siamo seri… E non arriviamo a parlare di Yoda che combatte. Se vi è piaciuto vedere Yoda combattere, allora vuol dire che non avete capito nulla del senso dei primi film. Aver proclamato Yoda, ne L’impero colpisce ancora, come il più grande maestro jedi, era un modo per rovesciare l’archetipo del guerriero stile Ercole, con grande forza e prestanza fisica, volendo mettere invece in evidenza il fatto come la Forza avesse un potere che trascendeva il piano materiale. Questo era qualcosa che rendeva Yoda a suo modo magico e che viene deturpato nel momento in cui impugna una spada e saltella come una cavalletta nello scontro con Dooku. E infine, ultimo ma non meno importante, Palpatine che ancora una volta combatte con la spada laser! Davvero? Ma non era il primo a disprezzarla e chiamarla “arma jedi” quasi gli venisse da sputarci sopra? E la lista potrebbe proseguire per così a lungo e così tanto tempo che ogni singolo minuto della nuova trilogia risulterà semplicemente sbagliato.

Ma con Guerre Stellari la violenza continua, da qui fino ad almeno il 2025, fin quando avremo ogni anno o un film o una serie spin-off dedicata alla saga, rigorosamente targata Disney.

Ad essere violentata, dal suo stesso autore, è anche la saga di Alien, o forse dovremmo dire il film di Alien, della cui vasta produzione cinematografica l’unica altra versione di nota è il secondo di Cameron. In questo caso è lo stesso Ridley Scott a proporci Prometheus, di cui a breve vedremo altri 3 seguiti, in cui ci saranno svelati segreti incalcolabili tipo: gli ingegneri hanno creato noi? Gli ingegneri hanno un Dio? Dove è il Paradiso? E altre amenità simili. Nuovamente: ne avevamo bisogno? Quando guardavate Alien vi è mai venuto in mente che quella gigantesca figura, seduta nell’astronave-brioche, potesse essere uno della stirpe che ha creato proprio gli esseri umani?! Ma che ci vieni a raccontare Scott? In tutto l’universo ci saremmo noi e loro e forse un’altra misteriosa divinità?!

Prometheus si trasforma così nell’altro scellerato caso in cui l’autore cercando di approfondire certi argomenti, che non necessitavano di alcun approfondimento, non fa altro che restringere il suo universo, fino a farlo sembrare piccolo ed affollato come il centro di Manhattan.

Guarda, una divinità fossilizzata

Guarda, una divinità fossilizzata

Per restare in tema fantascientifico quest’anno è ripartita anche la violenza su Terminator, che si era concluso squisitamente col secondo episodio firmato da Cameron. Tutto quello che è seguito semplicemente non aveva senso e anzi dava l’impressione di essere stato prodotto da degli appassionati che hanno colto quei due o tre argomenti che sono piaciuti e li hanno reiterati fino alla noia: alcuni esempi? Vi è piaciuto il Terminator 600 e il T-1000? Facciamone un’unione popputa! Che senso ha fare un robot di aspetto femminile? Le tette in fin dei conti sono un ingombro e se il robot è pure di metallo liquido perché mai dovrebbe averle?! Vi sono piaciuti gli spezzoni con Connor dopo l’apocalisse nucleare? Facciamo un’intero film ambientato nel deserto post-atomico stile Ken il Guerriero.  Vi piace Skynet come nemico? Allora facciamo che è un supercomputer che sta dentro internet.

Ma in tutto ciò ci siamo dimenticati completamente di ogni singolo messaggio lanciato dal film originale: vi ricordate che Skynet era un computer a bordo di un bombardiere strategico che lanciò un attacco nucleare sulla Russia sapendo che il loro contrattacco avrebbe distrutto l’umanità? Il senso era che erano stati gli stessi esseri umani a causare la propria rovina. In tutti i seguiti sono semplicemente le macchine che prendono inaspettatamente il controllo del mondo.

E qui mi fermo, anche se la lista potrebbe continuare ancora con titoli come Indiana Jones, Lo Hobbit oppure i nuovi Ghostbusters in versione femminile.

Quello che voglio dimostrare, con tutti questi esempi, è come il tirare troppo la corda rovini la magia e il mistero di un’opera. Quando non rimane più spazio per l’immaginazione, per poter credere che certe cose siano avvenute così perché noi le abbiamo interpretate in un determinato modo, allora l’opera comincia a perdere il suo fascino e diventa un mero prodotto commerciale. Quando i cosiddetti appassionati sembrano metterci mano, per mezzo di autori accondiscendenti, che riempiono la narrazione di elementi che una volta erano secondari e di contorno e che ad un tratto si rivelano cruciali, allora tutto comincia semplicemente a far schifo.

Al mondo ci sono due tipi di persone: quelle che capiscono questo discorso ed i “fan”.

Il tipico “fan” è quello che vorrebbe ancora più spade laser, ancora più avada kedavra, ancora più “ingegneri” che vengono sulla Terra, ancora più esplosioni, ancora più combattimenti, ancora più epicità, ancora più di quella singola cosa che gli è piaciuta finché l’opera non ne sarà così onusta da essere identificabile con quel unico elemento.

E questo fa schifo.

Tekken… Rivoluzione!

Bazzicando sul PlayStation Store mi imbatto in Tekken Revolution. Che cosa sarà? Sarà mica come quel applicazione per cellulare tipo Tekken Tetris?! Già il titolo è così rivoluzionario, che non averlo mai sentito nominare prima d’ora mi sconforta non poco! E allora indaghiamo…

11_overviewtekrev03Anzitutto parte un’installazione di almeno 1 ora, divisa in 5 incogniti passaggi. Sembra di essere a casa di Mr Gray, che è ancora indeciso se svelarti o meno che fotte forte. Ma pazientiamo, magari ci saranno Jin e Hwoarang in nuove inedite vesti… Dopo un’ora il gioco parte, ma abbisogna di un ulteriore aggiornamento di 650 MB! Non poteva scaricarlo tutto subito?!?

Pazientiamo… L’attesa si fa angosciante, come scoprire l’ultimo capitolo di Naruto. Dopo un tempo interminabile, equivalente circa al viaggio della New Horizons, il gioco è pronto a partire. Sullo schermo si palesano schermate squisitamente kitsch e sovradecorate come solo i giapponesi sanno fare (una tappezzeria tempestata di teste di Mokujin fa da sfondo), poi una caterva di messaggi che non leggo assolutamente e premo compulsivamente il tasto X nell’atroce speranza che non sia Tekken Tetris! Infatti non lo è, anche qui si combatte. Ci sono alcune modalità: Tekken Online, Tekken Aracde, Mokujin Party Qualcosa, Opzioni, Allenamento.

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Quasi non ci credo. Un nuovo Tekken e per di più gratis!!!

A questo punto dall’apice della felicità, il mio entusiasmo comincia ad inabissarsi inesorabilmente, come l’economia greca. Per giocare sia on-line che l’arcade bisogna pagare delle monete, che si guadagnano ogni tanto all’ora (tipo 2 all’ora), per cui dopo un paio di combattimenti qualcuno alla Namco pensa che noialtri staremo lì in dolce attesa di nuove monete (o che, ancora meglio, pagheremo soldi veri in cambio delle loro dracme inutili!). I personaggi sono praticamente quelli di Tekken Tag Tournament 2, così come anche i livelli, tolte alcune piccole modifiche alla grafica, che hanno reso tutto estremamente più saturo e cartonesco.

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In generale si potrebbe sospettare che nella pausa tra TTT2 e Tekken 7 tutti quanti si siano abbuffati come scrofe e siano leggermente ingrassati. Mentre quasi tutti i combattimenti ora si svolgono al tramonto (in particolare il livello della liceo Mishima, sembra spostato nel futuro alla morte del nostro Sole, quando sarà tutto molto arancione). Perché? I personaggi disponibili naturalmente sono pochissimi e per guadagnarne di nuovi bisogna combattere nell’Arcade od Online, ottenendo Punti Premio (10, 30, 50 o 100 per volta) coi quali ogni 30.000 punti appare un nuovo personaggio. Ovviamente i primi ad apparire sono gli ultimi che ci interessano.

Secondo questa logica, e contando che si può combattere un numero limitato di volte all’ora, per sbloccare un personaggio bisognerebbe combattere almeno 1000 battaglie, che in termini di giorni lavorativi (se voleste fare di questo una professione 8 ore al giorno) vorrebbe dire battagliare per 3 mesi (prendendosi i weekend di riposo). Per sbloccare tutti i personaggi ci vorrebbero probabilmente degli anni, quindi l’intero impegno diventa fatidicamente inutile.

Inoltre è stato creato un simpatico sistema GDR, per cui il personaggio avanza di livello combattendo (on-line si avanza anche di grado, come consuetudine di Tekken, ma con un approccio da Virtua Fighter, per cui che si vinca o si perda si diventa comunque maestri), guadagnando vita, forza e qualcosa tipo fortuna, quella che a Risiko permette al computer di barare con fortuna al 102%.

Ah sì, dimenticavo la festa Mokujin alla quale si può accedere solo alcune volte, quando alla Namco decidono che è il momento…

Inutile dire che il tutto diventa molto più bello e rapido se decidete di spendere una barcata di soldi (4,99€ per personaggio) in questo nuovo ed assolutamente inutile gioco free-to-play.

A coronare questo totale insuccesso arriva anche il game play, ridotto ai minimi termini, con sistemi di difesa dei personaggi da lotta-di-cuscini e botte-stratosferiche stile Street Fighter che non è difficile immaginare per chi siano state aggiunte (la possibile lunghezza delle combo, ricordiamoci che le meccaniche sono identiche a TTT2, è stata ridotta!). A conferma di questo tragico verdetto è il parco degli utenti on-line, per lo più popolato da persone che non hanno manco un solo Tekken tra i propri giochi, mentre sono appassionati di PES e FIFA.

In sintesi ce n’era bisogno? Serve a qualcuno? Chiunque abbia mai giocato a Tekken lo troverà noioso, quando non proprio fastidioso, specialmente quando si capisce che per vincere basta ripetere turbo-ossessivamente una singola mossa, misteriosamente diventata imparabile (in modalità “molto difficile” True Ogre alla fine si becca spesso e volentieri qualche Perfect). Se la Namco voleva avvicinare qualcuno al genere (i giocatori di PES e FIFA?) questa credo che sia stata una mossa tanto stupida quanto perniciosa, visto che allontana gli appassionati e non offre nulla di concreto che anche solo vagamente ricordi la serie di Tekken.

Dulcis in fundo, per non lasciare dubbi che si tratti solo di una volgare operazione raccatta-soldi, ecco per voi l’unica novità del gioco: Eliza, una vampiressa a cui si gonfiano le poppe se beve sangue.

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Cinema in pillole – Hunger Games – Il canto della rivolta – parte I

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Già Hunger Games è una deuterologia in tre libri, di cui poi sono riusciti a fare ben quattro film, per cui l’ottimismo con cui ho visto quest’ultima prima parte è facile da immaginare.

Katniss si ritrova a parlare con se stessa come i dementi al manicomio in cui viene internato James Cole, mentre veniamo introdotti al Distretto 13. Già, il famigerato distretto distrutto, è in realtà vivo e vegeto e tutti quanti sono stipati sottoterra in una città simile a Zion, ma senza orge. Per misteriosi motivi anche qui c’è un grandissimo canale di aerazione, che si estende dalla cima al sottosuolo, in modo che se una bomba sfonda il soffitto fa fuori tutti quanti, ovunque si trovino… Certo potrebbe trattarsi anche di un inedito silo per missili nucleari, ma non divaghiamo…

Katniss è al Distretto 13 e c’è anche quel patatone-bonazzo di Gale, che però lei non si fila di striscio perché sta ancora a preoccuparsi delle sorti di Peeta, che al momento attuale: ha dichiarato di adorarla come uno zerbino, è più basso di lei, nella prima arena si allea con i suoi nemici per ucciderla, ma poi la salva, ancorché si fa male e spera in un pompino-da-grotta, poi la perseguita ovunque mentre sono entrambi costretti ad un finitissimo matrimonio e… Non fa nient’altro. A questo punto qualsiasi donna avrebbe tirato un sospiro di sollievo, perché a nessuno piacciono i matrimoni forzoso-combinati, nemmeno alle principesse Disney.

Invece Katniss è in amorosa pena… Non che non si possa essere in pena, ma lì accanto a te c’è il fighissimo e bonazzissimo Gale. Per Bacco e Diana! Comunque è il momento delle presentazioni: c’è l’orologiaio degli ultimi giochi della fame, poi ci sono altri sopravvissuti e la presidente-dittatrice del Distretto 13. Katniss deve fare loro da icona, deve parlare per la ribellione e lo farà in un clamorosissimo spot dove tutto sarà finto fuorché lei: a questo punto perché non l’avete fatta in 3D che vi veniva meglio e diceva esattamente quello che volevate?

Noo… L’allegro gruppetto ha un’idea migliore: la manderemo tra i vari distretti a fare riprese dal vivo, così se muore nel frattempo, tanto meglio, altrimenti le facciamo precipitare il jet come a Gagarin, se diventa troppo famosa.

Comincia il giro della fame, Katniss e il suo sprovveduto gruppetto, armato di futuristiche telecamere e medievali archi e balestre, vanno a far visita a moribondi e disperati in ogni parte del paese, mentre quest’altri sono lì che implorano solo che la smettano. Capitol City nel frattempo manda bombardieri a radere al suolo quel poco che è rimasto, ma soprattutto impegna tutto l’esercito a far fare turni di lavoro estenuanti a corpulenti operai di alcuni distretti… Oh che ingenui: bastava che vi rifacevate ai colonialisti inglesi o alla prima industrializzazione, per capire che tutte quelle guardie non servono. Inoltre siete già a corto di soldi, mandate 20 soldati per controllare 40 operai?!? Ma quanti vi costerà alla fine? Conviene almeno?

Ma si vede che Capitl City è alla frutta, perché al governo ci stanno dei geni peggio che da noi.

I ribelli dal canto loro non sono molto più furbi, tant’è che corrono in massa per piazzare delle bombe su una diga, che poi esplode di lì a poco sommergendoli tutti mentre scappano.

Frattanto che succedono tutte queste belle cose Capitol City decide di bombardare un po’ il Distretto 13, dando però l’occasione a Peeta di annunciarlo in diretta TV, cosa che salva tutti quanti. La presidente-dittatrice del Tredici spiega soavemente che le mappe che ha Capitol City sono vecchie e nel frattempo il loro bunker è cambiato: ora loro hanno infiltrati a Capitol City, nonostante non abbiano un soldo, mentre quest’altri, che vivono nell’opulenza e nel debito non hanno abbastanza quattrini da corrompere qualcuno e farsi dare i Piani di Costruzione Segreti? Sorvoliamo…

L’ultima parte del film è dedicata ad un improbabile salvataggio di Peeta, mentre tutte le centrali elettriche sono disattivate e Capitol City è al buio; lo salvano, ma intanto si scopre che il presidente Snow aveva già pianificato tutto (vecchia ciabatta, non hai mai visto Guerre Stellari?!?! Palpatine non ti ha insegnato nulla?!?! Far entrare i ribelli nel tuo territorio può solo portarti alla rovina…).

Arrivati a questo punto del film la maggior parte degli spettatori è in catalessi, in attesa di un urletto di Wanna Marchi per ridestarne l’attenzione, quando il salvato Peeta salta giù dal lettino e cerca di strangolare Katniss

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Per fortuna di lei, lui non ha visto Trono di Spade, e un tizio che era lì di passaggio (si fa per dire) gli tira una padellata in testa e lo fa svenire.

Titoli di coda. Tadadadan. Tadadadan. Tadadadan. Hunger Games… Alla prossima quarta parte di due! Arrivederci e grazie.

Fonte: Hunger Games – Il canto della rivolta – parte I

Voto: Guardare Super Man che beve del latte al bar